Salvi: lo Statuto dei Lavoratori, 40 anni dopo

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Pubblichiamo l’articolo di Cesare Salvi apparso su “Liberazione” del 20 maggio 2010

L’approvazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori fu una delle conquiste più importanti di una stagione della storia italiana segnata da un grande avanzamento della democrazia e dei diritti, all’insegna dell’attuazione della Costituzione. L’allargamento degli strumenti della partecipazione democratica, a cominciare dall’istituzione del referendum, le leggi sul divorzio e sull’interruzione della gravidanza, il nuovo diritto di famiglia, la tutela più avanzata dei diritti sociali all’istruzione (con la scuola media unificata) alla salute (con la creazione del servizio sanitario nazionale) alle pensioni (con il superamento del sistema delle mutue), caratterizzarono quella fase.

Otteneva così risultati significativi il movimento di mobilitazione di massa degli anni precedenti (l’autunno caldo, il ‘68), che reclamava insieme giustizia sociale e il superamento, nello stato come nella società, di logiche autoritarie, gerarchiche e patriarcali.

Lo Statuto dei lavoratori portò a compimento un’innovazione epocale: l’introduzione nell’ordinamento giuridico del principio che il lavoro non è una merce da scambiare “liberamente” sul mercato, ma un diritto, anzi il più fondamentale dei diritti, come aveva proclamato la Carta del ‘48. Un diritto: e per questo l’art. 18, sottraendo il licenziamento dalla logica della libertà contrattuale formalmente paritaria propria del codice civile, è rimasto per 40 anni l’emblema di tutti i diritti del mondo del lavoro.

Visto in uno scenario più ampio, lo Statuto dei lavoratori, e le altre conquiste democratiche e sociali di quella fase, furono per l’Italia il punto culminante di quella che Eric Hobsbawam ha definito “l’età dell’oro” dell’Occidente. Ma negli stessi anni inizia la controffensiva conservatrice e neoliberista. Presentata all’insegna della modernità, essa rappresenta in realtà il ritorno all’ideologia ottocentesca della società di mercato e del laissez-faire.

La tesi di fondo è che il mercato si autoregola e produce benessere per tutti, lo stato deve ritrarsi per consentire al libero gioco delle forze economiche di svolgere la propria naturale funzione, i beni comuni (dalla proprietà pubblica dei beni produttivi, ai diritti sociali, alle cose comuni a tutti) vanno ricondotti alla logica dell’appropriazione privata.
Inizia quel processo di privatizzazione e deregolazione globale che si svilupperà nei decenni successivi. Per il mondo del lavoro la parola d’ordine diventa non diritti, ma mercato del lavoro, non stabilità ma flessibilità, cioè precarietà. Il neoliberismo dominante produce un aumento mostruoso delle disuguaglianze di reddito e di potere a danno dei lavoratori. Il presidente e l’amministratore delegato della FIAT hanno oggi una retribuzione annua di oltre 5 milioni di euro ciascuno!

A partire dal 2007, il neoliberismo conduce la società globale ad una crisi profondissima. Ma non è affatto morto. La crisi viene affrontata secondo la logica del sostegno pubblico a coloro che l’hanno prodotta, finanziato da una nuova riduzione dei diritti e del reddito dei lavoratori.

E’ aperta la campagna, sui grandi giornali nazionali e internazionali, per eliminare quello che è rimasto del modello sociale europeo; anche in Italia si preparano nuove misure a danno come al solito dei lavoratori, del loro reddito, dei loro diritti.

Non è affatto un caso allora che lo Statuto dei lavoratori torni sotto attacco, a partire dalla sua norma simbolo, l’art. 18. Respinto da una grande mobilitazione popolare il tentativo di manometterlo operato dal secondo governo Berlusconi, nuovi attacchi più subdoli vengono portati con la legge sull’arbitrato e con le proposte sul cosiddetto contratto unico avanzate con determinazione da settori del P.D.. Per fortuna sembra che Pierluigi Bersani resista.

In questo quadro, i 40 anni dello Statuto dei lavoratori non sono un anniversario da celebrare, ma un richiamo alla mobilitazione e all’iniziativa politica e sociale per una risposta alla crisi che esca dai binari del neoliberismo e del monetarismo .

Ecco il grande compito della sinistra europea e italiana. Ma esiste oggi in Italia una sinistra all’altezza di questa sfida? Come diceva uno dei grandi protagonisti della storia italiana del ‘900, al pessimismo dell’intelligenza deve unirsi l’ottimismo della volontà. Questa sinistra bisogna costruirla, unendo le forze che condividono, aldilà delle sigle e delle denominazioni, la necessità di costruire, davanti alla crisi italiana (nella quale il degrado etico della vita pubblica e lo svuotamento della democrazia accentuano la gravità della situazione economica e sociale) un’alternativa, un altro progetto, un’altra idea della società, che riparta dalla centralità del lavoro e dei lavoratori.

La Federazione della Sinistra (che dobbiamo costruire a partire dal congresso fondativo, perché ancora non c’è, se non nelle intenzioni) intende concorrere a questa grande funzione storica e nazionale. Sappiamo che i problemi sono molti, al nostro interno e nel rapporto con il Paese.

Operiamo in controtendenza. Ma non ci sono altre strade per chi ancora crede negli ideali e nelle ragioni di un cambiamento profondo della società in cui viviamo. Mentre con la partecipazione diretta delle compagne e dei compagni, aperta a chi non aderisce alle forze promotrici, costruiamo la Federazione, dobbiamo fare del congresso un’occasione per ricominciare a tessere la tela del rapporto con i lavoratori, operare per una più ampia unità rivolta a tutte le forze della sinistra disponibili a battaglie comuni, creare le condizioni per la coalizione democratica che ci liberi dal governo Berlusconi-Bossi. E rendere così possibile che i prossimi anniversari dello Statuto siano scanditi all’insegna della progressiva ripresa dei diritti, del reddito, del potere del mondo del lavoro.

(Cesare Salvi)

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